sábado, 12 de janeiro de 2013

"Luigi Quida, O MESTRE DO SILÊNCIO"



Mar 22 febbraio 2011

ALEZIO
Luigi Quida, il maestro del silenzio
Pochi elementi per visualizzare un paesaggio. Nessun orizzonte e tantissima luce

di Chiara Schiavano

Dita lunghe e asciutte, baffi curati, sopracciglia che seguono le espressioni degli occhi vivaci e spesso le anticipano. Il maestro Luigi Quida dipinge e si racconta così, attraverso i suoi lavori. Dipinge perché sapeva farlo già da piccolo. Ha imparato sui banchi della sua stessa scuola, come dice lui. Per farsi conoscere dipingeva in serie, su commissione, a caccia di gallerie d’arte, nei suoi studi a Montreaux, in Svizzera, e a Wiesbaden, in Germania. I suoi soggetti erano rumorosi e stereotipati scenari del Sud. Ma un giorno si è ribellato ai suoi stessi obblighi. Malcontento giustificato. Ha rivalutato se stesso, la sua tenacia. E ha cominciato a dipingere il silenzio. A visualizzarlo, a renderlo materia.
Non c’è orizzonte nei suoi quadri, non c’è frastuono, non c’è contrasto, non c’è paura, non c’è morte. È tutta quiete e serenità, la rappresentazione del silenzio. Il silenzio del deserto attraversato dai tuareg azzurri sui cammelli, il silenzio degli abissi del mare, il silenzio di una palude coloratissima, il silenzio di una Gallipoli rinascimentale, il silenzio di un centenario ulivo dalle foglie di arancio, pesco, limone, tutti gli alberi e i frutti salentini in uno solo. Perché è solo mettendo a tacere tutto che si può riflettere. “Il silenzio porta alla meditazione. È il modo per godere delle bellezze che altrimenti non riusciamo a vedere”. I colori sono vivi e i fasci di luce accecanti, perché la speranza è infinita. E quella c’è sempre.
Il maestro Quida si definisce un neo impressionista, capace di tradurre le percezioni visive in pennellate, e la sua ricerca e il suo studio attuale si concentrano nel tentativo di coniugare il suo stile con l’arte moderna. Un esempio ben riuscito: nella tela che rappresenta la palude, sezionandola in due, in verticale o in orizzontale, e osservando solo una di esse, l’impressione è di un’opera moderna; solo con una visione d’insieme ci raggiunge l’immagine della palude, una graduale evoluzione.
Tra cento tele quelle firmate Quida hanno uno stile riconoscibile facilmente. Pochi elementi richiamano un paesaggio ben preciso. Sempre olio su tela, ma a volte anche iuta, sacco, sabbie, catrame. 
Ha lavorato con Remo Brindisi, Giuseppe Migneco, Salvatore Fiume. Numerose gallerie nazionali ospitano delle sue personali, anche permanenti: Ginevra, Francoforte, Firenze, Ferrara, Sassari, Milano, oltre ad annuari e cataloghi di arte moderna e contemporanea. Un’esposizione, ancora in fase di preparazione, illustrerà l’evoluzione del suo stile negli anni.
Tutte le opere sono sue figlie - ci racconta - non ha preferenze. Ma qualcuna più di altre ha dato maggiori soddisfazioni. Come la tela in bianco e nero presente tra le opere pittoriche del Vaticano, donata al Cardinale Bruno Rigon, che gli è valsa il sigillo dell’Accademia Gente per la Pace, posto a tergo di ogni sua opera. O l’esposizione a Roma, Palazzo Barberini, che gli ha concesso l’attestato di onore al merito della Repubblica, sottoscritto dall’allora presidente Giovanni Leone.
Luigi Quida ha dato retta ai suoi occhi ma non si è limitato a questo. Ha visto col suo intelletto. Il maestro è stato anche un aviatore: ha osato ed è arrivato laddove desiderava arrivare.

Artigo publicado em “Lo Scirocco

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