sexta-feira, 4 de janeiro de 2013

Crítica de Arte - Giuseppe Albahari

C’è da credere che Luigi Quida ami il silenzio. Se questa è la sensazione che magistralmente riesce a suggerire, questa è anche la sintesi di un lungo percorso artistico. La capacità del nostro di farci leggere la sua pittura con estrema chiarezza, infatti, è frutto di un’impegnativa ricerca che lo ha visto rinunciare al chiarismo di sicura presa sul fruitore, per indirizzarlo verso soluzioni coloristiche affatto personali. Riuscendo contestualmente a non perdere le sue peculiarità:
l’eleganza, la capacità di esaltare la nostalgia, la dimensione onirica del paesaggio sospeso nel tempo e nella luce che il nostro ha rubato alle stelle per farne dono ai fruitori. Il Quida si conferma anche paesaggista che dipinge l’invisibile, che intinge il pennello nelle sensazioni, che svela le cromie dell’anima, che ci restituisce la luce siderale in lampi e squarci e abbracci avvolgenti, e si conferma infine poeta della luce.

Giuseppe Albahari

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